
Autore: Juan José Garfia Rodriguez
Titolo: Adios Prision. Il racconto delle fughe piu’ spettacolari
Edizioni: Il Pennato
Pagine: 207
Costo: € 9,00
prefazione alla seconda edizione italiana
Nel marzo 2020, mentre infuriava una delle più violente rivolte che ci siano state nelle carceri in Italia dagli anni ‘70, durante la quale 13 detenuti furono ammazzati dalle guardie, nella prigione di Foggia 77 tra i rivoltosi approfittarono dell’occasione per sfondare il cancello e andarsene, dato che i secondini si erano dovuti allontanare dai tumulti. Gran parte dei fuggitivi furono catturati nei giorni successivi, ma alcuni di essi si trovano ancora oggi latitanti.
Secondo i dati dell’infame DAP (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria) da gennaio del 2023 all’ottobre dello stesso anno 72 detenuti sono evasi dalle carceri italiane, buona parte dei quali non sono mai stati ritrovati.
Questa premessa sta a dimostrare che non tutti i reclusi vivono la carcerazione come una condizione inevitabile e che l’eventualità di evadere, per quanto ardua e da pochi intrapresa, è pur sempre presente. Anche le spesse mura di cemento o pietra che costituiscono l’architettura delle galere sono porose e l’aria di libertà filtra nei cortili, circolando tra le celle. Tra i carcerati ancora c’è chi esprime un’etica fuorilegge, ancora ci sono individui che non condividono la morale dello Stato e non sono disposti a scendere a patti con esso, né tanto meno a lasciarsi annientare. Sono questi individui la spina nel fianco del sistema carcerario, coloro che non ambiscono a migliorare la propria condizione, perché non l’accettano proprio; coloro che nessun processo di recupero, nessun favore o privilegio è in grado di corrompere; coloro che, per forza di cose, subiscono le peggiori forme di persecuzione, tra isolamenti e trasferimenti, per la loro indole ostile verso ogni forma di pentimento e adattamento connivente alla prigionia. Di letteratura o cinema che rappresenta tentativi di evasione, riusciti o non, ce n’è a volontà. Spesso ci si approccia all’argomento con lo sguardo di chi cerca esperienze spettacolari, da togliere il fiato, così singolari da essere irripetibili. Si guarda a queste fughe come se fossero solamente un prodotto cinematografico o una memoria del passato, quando la vita appariva così piena di possibilità inconsuete. Anche tra gli anarchici, che possono vantare una lunga storia di evasioni, l’argomento sembra ormai antiquato, da relegare a quando il movimento era nel pieno delle sue forze e certi strumenti e pratiche erano ancora previste. Al massimo questo tipo di esperienze vengono tramandate come un bagaglio della propria storia, come celebrazioni di individui con una determinazione e delle qualità notevoli, che però in genere hanno poco a che fare con la realtà che si vive. Questa contraddizione è sintomo non solo delle modalità remissive attraverso cui spesso, oggigiorno, si sceglie (o non sceglie) di affrontare la carcerazione, ma più in generale di come ci si approccia con il mondo, con il dominio e con la prospettiva di combatterlo.
Alla larga da voler giudicare le scelte di chi si trova a fare i conti con la giustizia di Stato, piuttosto si vorrebbe scardinare, ristampando questo testo, un certo fatalismo arrendevole che contagia, complici i tempi decisamente pessimi, anche chi dovrebbe pur mantenere uno slancio utopico. Questo libro, come la realtà quotidiana delle carceri, ci rivelano un’istituzione brutale, ma niente affatto infallibile. Il desiderio di andarsene non scompare facilmente e di espedienti per realizzarlo ne sono stati trovati e ce ne sono ancora parecchi, tutto sta nell’attitudine con cui si sceglie di approcciarsi alla prigionia, alla determinazione, precisione e tenacia che si concentrano nei propri intenti e purtroppo ad una grande dose di fortuna che dev’essere colta al momento più opportuno, perché non sempre capita che si ripresenti. Se all’interno delle carceri un certo clima di tensione ribolle sempre nell’aria, ciò che manca quasi del tutto è una solidarietà concreta agita dall’esterno e non solo quella manifestata, gridando al di fuori di un muro, ma quella che si prefigge, in un modo o nell’altro, che quel muro dev’essere abbattuto, non in senso metaforico. Questi racconti più che a fantasticare sulle imprese di alcuni individui stra-ordinari, alimentando un certo immaginario avventuroso, che comunque trasmette una certa attrazione, dovrebbero mettere in luce la realtà di una tensione verso la vita, che persiste e si manifesta anche nella più opprimente condizione. Una tensione che non solo può dar luogo a una liberazione vera e propria, ma che in ogni caso mantiene l’animo attivo, permette di vedere dei raggi di sole anche nel buio di una cella, di mantenere la testa alta e riconoscere che la propria dignità per quanto offesa non è intaccata, di sentire dentro di sè che nonostante le avversità si continua a lottare, perché la libertà vale sempre la pena.
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